IN ITALIA NELLA GENERZIONE Z TORNA IL MITO DEL POSTO FISSO PURCHE’ SIA QUELLO GIUSTO .

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IN ITALIA NELLA GENERZIONE Z TORNA IL MITO DEL POSTO FISSO PURCHE’ SIA QUELLO GIUSTO .

 

La ricerca Manpower. Per 7 ragazzi su 10 la stabilità lavorativa è centrale nell’accettare un lavoro.

 

Per un terzo però la motivazione è in calo

Dal posto fisso al posto giusto, si potrebbe dire.

Poi se quello giusto è anche fisso meglio ancora.

Così oggi il lavoro per l’inafferrabile generazione Z composta da quella fascia a cavallo dei vent’anni deve fare necessariamente i conti con bisogni emergenti impensabili fino a poco tempo fa, ma anche con un intreccio inestricabile tra intenzioni spesso formali e sostanziale incertezza per gli scenari economici e geopolitici instabili.

Un difficile equilibrio da ottenere, soprattutto partendo da un quesito: cosa rappresenta oggi per loro l’ingresso in azienda?

A dare una risposta ci prova la nuova fotografia scattata a livello mondiale da ManpowerGroup grazie al rapporto “World of Work for Generation Z in 2025”, illustrato durante “The Exchange”, summit giunto alla seconda edizione e dedicato al futuro del lavoro.

Obiettivo: disegnare insieme i nuovi luoghi e modi di lavorare per le fasce anagrafiche più giovani e presentare le relative mosse anticrisi delle organizzazioni per trattenere e intercettare gli zoomer.

Perché se da un lato per loro l’engagement lavorativo è in costante calo (35%) con formale dichiarazione di potenziale abbandono del posto di lavoro (47%), resta a sorpresa un elemento legato alla stabilità lavorativa: ben 7 giovani su 10 la ritengono centrale nell’accettare un percorso professionale.

Segno che il posto fisso tanto demonizzato, se declinato come quello giusto, continua a fare la differenza.

«La generazione Z si trova in un equilibrio precario: desidera autonomia e flessibilità, ma anche certezze e struttura. Vive un periodo di transizione in cui è fondamentale che le aziende rispondano con strategie inclusive, formazione mirata e percorsi di crescita chiari per favorire l’integrazione e la valorizzazione dei giovani lavoratori.Senza questi elementi il rischio è quello di perdere una generazione chiave per il futuro del lavoro», afferma Anna Gionfriddo, amministratore delegato di Manpowergroup Italia.

In questa partita dagli esiti incerti anche la tecnologia – in testa quell’intelligenza artificiale diventata mainstream per tutti gli ambiti aziendali – si intreccia a nuove istanze valoriali e ad un contesto in chiaroscuro. “Tutti sono sostituibili”: così ha titolato pochi giorni fa il Wall Street Journal, auspicando un necessario bagno di realtà (e di umiltà) e suggerendo ai ragazzi di smettere di lamentarsi rispetto a politiche aziendali poco attrattive.

«Eppure per intercettare i giovani le imprese devono mettere in campo autenticità, formazione continua, supporto al benessere, flessibilità e una cultura del lavoro empatica e partecipativa. L’approccio vincente non è uno solo, ma un insieme coordinato di azioni coerenti con i loro valori, capaci di offrire senso, crescita e sicurezza in un contesto lavorativo in continua trasformazione», precisa Gionfriddo. Tra le azioni delle organizzazioni spiccano le dotazioni tecnologiche (76%), i piani di benessere (75%), gli orari flessibili, gli incentivi salariali più elevati e i percorsi legati alla crescita professionale (73%).

Occorre ampliare le competenze cambiando lavoro anche all’interno della stessa realtà, come ha indicato in modo prescrittivo la Banca Centrale Europea incoraggiando con una circolare gli oltre cinquemila dipendenti alla mobilità interna.

«L’aggiornamento continuo delle competenze, insieme all’acquisizione di nuove conoscenze, è ormai una condizione imprescindibile. La resilienza e la capacità di adattamento delle organizzazioni passano dalla promozione di una cultura aziendale in cui lavoro e formazione sono in continuo dialogo. Solo così i lavoratori possono sviluppare un bagaglio di conoscenze ampio e dinamico, utile ad affrontare i cambiamenti e a essere messo al servizio della trasformazione dell’azienda», dice Gionfriddo.

La riflessione va allargata ad una pluralità estesa di stakeholder.

L’obiettivo è individuare azioni strategiche per decodificare un contesto complesso.

D’altronde le aziende – con le loro persone al lavoro e le comunità alle quali si rivolgono – rappresentano ancora una bussola per orientare le economie. «A loro è richiesto un cambio di prospettiva – conclude Gionfriddo -: aprirsi all’esterno e assumere un ruolo attivo nel leggere e interpretare la complessità del presente, offrendo soluzioni capaci di generare valore non solo economico, ma anche sociale e culturale».

I.S.F.O.A.- Hoschule für Sozialwissenschaften und Management proprio per questo motivo ha cercato di rafforzare il proprio ruolo ed intervento istituzionale accademico creando appositi percorsi di studio specialistici ed unici in Economia Sociale e Sviluppo Territoriale unitamente a momenti di formazione liberi e gratuiti a beneficio della cittadinanza dedicati alla Educazione Finanziaria come quello inaugurato nel mese di Giugno a Desio in Brianza.

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