IN ITALIA L’ECONOMIA E’ SOTTO PRESSIONE A CAUSA DELLA GUERRA DEL GOLFO CON ENERGIA ALLE SELLE E RISCHIO INFLAZIONE .

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IN ITALIA L’ECONOMIA E’ SOTTO PRESSIONE A CAUSA DELLA GUERRA DEL GOLFO CON ENERGIA ALLE SELLE E RISCHIO INFLAZIONE .

La guerra nel Golfo sta producendo effetti sempre più evidenti sull’economia globale e, in particolare, su quella italiana. Il rallentamento del traffico nello Stretto di Hormuz ha innescato una crisi dell’offerta di energia e materie prime che sta alimentando forti tensioni sui prezzi, con possibili conseguenze su inflazione, crescita e occupazione. È quanto emerge dal report Il punto sulla crisi Medio Oriente dell’Ufficio Studi di Confartigianato, che raccoglie una serie di indicatori concordi nel descrivere una fase di instabilità senza precedenti per i mercati energetici.


Guerra nel Golfo, energia alle stelle e rischio inflazione, l’economia italiana sotto pressione

Secondo l’ultimo Oil Market Report dell’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto in Medio Oriente ha generato la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale. Anche l’Istat, nella Nota sull’andamento dell’economia italiana, parla di uno shock dal lato dell’offerta di prodotti energetici con possibili effetti sistemici su crescita economica, occupazione e inflazione. Per contenere la carenza di greggio, i Paesi membri dell’Agenzia hanno annunciato la messa a disposizione di 400 milioni di barili di petrolio, ma le tensioni restano elevate e il mercato continua a muoversi in condizioni di forte volatilità.

Le ripercussioni sono già visibili sui prezzi al dettaglio dell’energia. Nella media di marzo l’indice di riferimento del gas sul mercato italiano risulta superiore del 36,5% rispetto a febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità segna un aumento del 24,1%. Anche i carburanti registrano rincari significativi, il gasolio self-service supera i 2,07 euro al litro, con un incremento superiore al 20% rispetto ai livelli precedenti all’attacco all’Iran.

 

A rendere più pesante il conto contribuisce anche il rafforzamento del dollaro sull’euro, cresciuto di circa il 3% nelle settimane successive all’esplosione del conflitto, fattore che aumenta il costo delle importazioni energetiche pur migliorando la competitività dell’export.

Le tensioni non riguardano soltanto petrolio e gas. L’instabilità nell’area del Golfo coinvolge anche il mercato dei metalli, dove si registra un aumento marcato delle quotazioni. Secondo le rilevazioni della Banca mondiale, a febbraio 2026 l’indice dei prezzi di metalli e minerali cresce del 23,8% su base annua, con picchi per stagno e rame. L’Italia, che importa una quota significativa di materie prime dal Medio Oriente, risulta esposta soprattutto sull’alluminio, di cui oltre il 13% arriva da paesi dell’area interessata dal conflitto.

Il rischio principale è che lo shock dell’offerta si trasformi in una nuova spinta inflazionistica, con possibili conseguenze sulla politica monetaria europea. In attesa delle prossime indicazioni della Banca centrale europea, gli analisti temono che una nuova fase di prezzi in salita possa rallentare la ripresa della produzione manifatturiera, frenare gli investimenti e ridurre la domanda di lavoro, già in fase di indebolimento.

Alle tensioni sui mercati delle materie prime si aggiunge l’incertezza sul commercio internazionale. Il Medio Oriente rappresenta un mercato rilevante per il made in Italy, con esportazioni che nel 2025 hanno raggiunto livelli elevati soprattutto per Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Lazio. Tra le province più esposte figurano Milano, Firenze, Arezzo, Bergamo, Vicenza, Roma, Varese, Bologna, Torino e Modena.

La crisi si intreccia inoltre con l’effetto dei dazi statunitensi, che negli ultimi mesi hanno già indebolito le vendite oltreoceano del manifatturiero italiano.

 

Tra agosto e dicembre 2025 l’export verso gli Stati Uniti, al netto del farmaceutico, è sceso dell’1,7% su base annua. Un ulteriore elemento di rischio riguarda il traffico marittimo: un’estensione degli attacchi alle navi nello stretto di Bab al-Mandab, all’ingresso del Mar Rosso, potrebbe complicare gli scambi con Asia e Oceania, con ripercussioni su logistica, costi e tempi di consegna.

In questo scenario la guerra nel Golfo è un fattore capace di incidere direttamente sulla vita economica delle imprese e delle famiglie.

 

Energia più cara, materie prime in aumento e commercio internazionale più incerto rappresentano una combinazione che può rallentare la crescita proprio nel momento in cui l’economia europea stava tentando di consolidare la ripresa.

 

I.S.F.O.A.- Hoschule für Sozialwissenschaften und Management proprio per questo motivo ha cercato di rafforzare il proprio ruolo ed intervento istituzionale accademico creando appositi percorsi di studio specialistici ed unici in Economia Sociale e Sviluppo Territoriale unitamente a momenti di formazione liberi e gratuiti a beneficio della cittadinanza dedicati alla Educazione Finanziaria come quello inaugurato nel mese di Giugno a Desio in Brianza.

 

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